«Capita di non avere l’ispirazione qualche volta, ma se ti succede nei confronti del tuo futuro il problema è più preoccupante». Ehi, ragazzino, dici a me? Il “tu” con il quale Demetrio Tondella esordisce fin dall’incipit del suo primo romanzo, mette il lettore in contatto immediato con la vita del protagonista, costringendolo, senza scampo, a indossare i suoi panni, a camminare per le sue stesse strade a condividere le sue riflessioni ed esperienze. Sono io ad essere annoiata e inquieta, sono io a prendere la decisione di partire per la Francia usando una forma moderna di baratto, braccia vs. ospitalità (il woofing); sono io a sentire il freddo e la noia mentre aspetto un treno in sciopero in una stazioncina della Normandia; ancora io ad oscillare tra la gioia e la sofferenza d’amore per una compagna di viaggio incontrata e poi persa, a dormire su un divano parigino (il couchsurfing) godendomi la città e le sue belle ragazze con pochi euro in tasca. Sono io ma è Demetrio ad aver vissuto le avventure che racconta nel suo primo romanzo. E dunque che cosa vorrà mai da me, da noi, questo venticinquenne che per tre mesi ha cercato la sua ispirazione viaggiando con quattro euro al giorno? E di cosa narra questo romanzo? Di come scroccare ospitalità in cambio di piccoli lavori? Dell’esplorare sé stessi fuori dalle pareti della propria stanza e dallo schermo del pc? Di come conoscere belle ragazze a Parigi?

La seconda persona singolare che ci guida per tutto il romanzo, ci porta a rivivere pezzi di storia che in gran parte appartengono a ciascuno di noi lettori. La voglia di dare un senso e una profondità alla propria vita, il viaggio in terra straniera come occasione di conoscenza, gli incontri con persone di varia età, terreni di amore, delusione ed entusiasmi, la solitudine e l’esaltazione per essere in luoghi nuovi e a volte solo intravisti nei libri, la nostalgia per la famiglia, il rimuginare sulle esperienze passate durante un viaggio in treno.

A rendere appassionante il resoconto di mesi di spostamenti e incontri è la precisione delle ricostruzioni, il gusto di alcuni dettagli visivi e sonori, con quel “tu” e “ti” che rende le parole vive e concrete, le stanze e le situazioni immediatamente vicine e familiari: «…ti lanci sui bagagli piegando i vestiti ancora umidi e mettendo tutto nelle buste di plastica che hai portato per sicurezza. Sei da solo nel loft e quindi controlli ovunque di non aver dimenticato niente. Sai che gli spazi tra i materassi e i muri sono il principale ricettacolo di magliette, boxer e calzini…». Leggere le 138 pagine del romanzo (sì, è importante leggerle tutte; una risorsa decisiva per il lettore è nelle ultime tre pagine!) ha un ulteriore pregio, che fa perdonare anche le inevitabili ingenuità e semplificazioni da opera prima: quello di essere una lettura di speranza. Il messaggio che rimane al lettore alla fine del racconto è: se Demetrio lo ha fatto, lo posso fare anche io. Lui è uno come me, si è fatto germogliare un’idea nella testa e l’ha perseguita; dunque si può. Se anche io ho un’idea, un progetto, diverso o simile al suo; se ho un desiderio un sogno, una micro-aspirazione allora non mi resta altro da fare che agire verso quella direzione, fare qualcosa che mi avvicini alla meta agognata che, se non agita, rimarrà soltanto una fantasticheria. Ecco, in fondo la cosa più importante che ho trovato nel romanzo riesco a dirla solo alla fine: Fallo è un romanzo di speranza, una vitamina per supportare la voglia di sperare. E’ la storia di una persona che agisce per tras-formare il proprio futuro, e poiché fa qualcosa, inevitabilmente ci riesce. Fallo è un testo che darei in lettura ai molti venti-trentenni il cui linguaggio è intessuto di “vorrei… ma”, sarebbe bello… però”; l’insegnamento fondativo dell’esperienza e delle scelte narrate dalle pagine di Demetrio è condensato nel titolo: se hai un progetto “Fallo”!

Valeria Marinetti

“Vivo e lavoro stabilmente a Roma e con la mente sogno di viaggiare in tutti i 195 Stati riconosciuti al mondo. L’insegnamento più prezioso che ancora sostiene il mio vivere, professionale e sociale, me lo ha dato, credo senza avvedersene, un mio compagno del liceo il giorno che mi ha detto: “se vuoi una cosa, vattela a prendere”. Nell’età adulta a questa micro-filosofia adolescenziale ho solo aggiunto: senza che ciò significhi strapparla dalle mani di qualcun altro”.